Documentazione e informazione

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Il nome sul frontale del Forte

torna dopo molti anni finalmente al suo posto

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FORTE S. BRICCIO

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di Raffaele Favatà.

Il suo nome lo abbiamo sentito molte volte e da molto tempo, ma non sappiamo chi lo ha tolto dal suo possente e maestoso frontale in pietra veronese. Molti anni sono trascorsi da quando furono tolte le lettere che lo indicavano con certezza e, cosa c’era veramente scritto su quel portale? Questa domanda me la posi quando entrai a far parte dell’associazione All’ombra del Forte, nella primavera del 2013, vedendo la possente entrata del Forte senza la sua insegna mi sembrò spoglia… mancava qualcosa di molto importante a mio avviso, non era completa senza il suo nome. La prima cosa che mi venne in mente ricordo fu “Come se un uomo va ad un ricevimento in frack senza le scarpe”, questo pensiero mi accompagnò per tutta l’estate.

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Entrata del Forte, in alto sul frontale, si vedono i fori dove alloggiavano i perni di fissaggio delle lettere che componevano il nome.

Incominciai ad interessarmi della fine che avevano fatto le lettere che ne componevano il nome chiedendo qua e là, ma la ricerca fu vana, nessuno degli anziani interpellati si ricordava il nome con certezza…, vi era qualche altra lettera che indicava un nome diverso? Nessuno di loro e delle persone che contattai erano sicuri nell’indicarmi il nome, indecisi rispondevano “Ma… penso Forte San Briccio o Forte di San Briccio”, ma non ne avevano certezza, e tanto meno ricordavano il tipo di carattere che lo distingueva. Pertanto decisi di fare una ricerca più approfondita e incominciai a contattare tutti gli enti che avrebbero potuto aiutarmi a risolvere l’enigma… dovevo trovare a tutti i costi il nome preciso ed il tipo di carattere che lo formava nel lontano 1888, giorno della inaugurazione del Forte! Pertanto scrissi varie mail di richiesta informazioni con l’intestazione della Associazione All’ombra del Forte, tutte ai vari enti che avrebbero potuto avere informazioni al riguardo, ma senza esito… nessuno aveva notizie o scritti in merito al tipo di carattere (font) utilizzato e, tanto meno se ci fosse in realtà scritto “Forte di San Briccio” o ” Forte San Briccio” oppure “Forte S. Briccio”, anche se sulle carte del Genio Militare era evidente la terza soluzione, ma in pratica non esistevano foto del frontale con visibile l’insegna per esserne certi.

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Particolare di una parte della foratura, quella di FORTE S.

Mi recai anche presso la Caserma Duca di Montorio e, anche se accolto con molto interesse, non avevano purtroppo nessun documento nel loro archivio che riguardasse il nostro Forte, scrissi anche al Genio Militare di Padova, ma… senza risposta. Inoltrai una richiesta di informazioni anche all’Associazione Nazionale Ufficiali in Congedo di Montorio, senza alcun esito. Speravo che almeno loro essendo una Associazione Nazionale, pertanto presente in tutte le regioni, ed essendo la maggioranza degli effettivi dislocati nel Forte appartenenti a varie regioni italiane (maggioranza meridionali) qualche milite di leva speravo avesse a suo tempo scattato qualche foto del Forte insieme ai propri commilitoni… per ricordo, ma non ebbi fortuna. L’interesse molte volte è solo nostro, gli altri non sono minimamente toccati dai nostri sentimenti, se non esiste un guadagno purtroppo è molto difficile smuovere l’interesse altrui. Così scelsi di percorrere un’altra strada a me più consona… non aver bisogno degli altri, fare una ricerca inversa… non partire dalla costruzione del Forte o da chi ha vissuto al suo interno, ma partire dalla fine… da ieri l’altro! Presi macchina fotografica e con tanta determinazione scattai 12 foto del frontale del Forte, solo la parte dove erano state installate le lettere che componevano il nome del Forte, con un programma di sovrapposizione e di montaggio fotografico unii e sovrapposi le varie immagini ottenendo una sola immagini ad altissima risoluzione della foratura sulla pietra veronese del frontale del Forte, fori ancora presenti e chiaramente visibili, fori che a suo tempo alloggiavano i perni posteriori delle varie lettere che componevano il vero nome del Forte.

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Particolare della esecuzione della primitiva foratura a scalpello, si vede chiaramente la forma quadrata dei fori.

Tali forature non erano state eseguite con trapano, perché a quel tempo non c’era ancora il trapano elettrico ma a manovella, pertanto non conveniente per eseguire tutti i fori necessari per il fissaggio delle lettere, furono eseguiti pertanto a scalpello che, per i lavoratori dell’epoca non era certo un problema. Pertanto i fori sono di sezione quadrata non tonda, di lato 15×15 mm. circa con una profondità di circa 30 mm.. A questo punto avevo una foto panoramica di tutta la foratura in alta risoluzione, potevo ingrandirla a piacere per poterne controllare i particolari.

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Particolare del sistema di fissaggio, usando un impasto di vario genere, anche colle, tipo farine vegetali mescolate a polvere di marmo, che indurendosi bloccava il perno della lettera. Si vede chiaramente che indurendosi l’impasto si staccava leggermente da vari punti delle pareti del foro, ma dava comunque un’ottima presa.

Dovevo però adesso trovare il tipo di carattere scelto nel 1882, pertanto dovevo sovrapporre le lettere ad una ad una sulle forature cercando le lettere di quel carattere che mi coprissero tutti i fori che componevano il nome del Forte, e questo lavoro lo dovevo fare sul mio iMac (Computer Apple Macintosh). Dopo molti giorni di lavoro (Non costantemente chiaro) e, dopo aver provato oltre 560 caratteri… finalmente l’unico che dava il risultato quasi perfetto al 95%, risultava il ROMAN. Ho dovuto provare tutti i caratteri che possiedo perché dovevo essere sicuro che fosse giusto o più probabile, la certezza assoluta la potrebbero dare solo le lettere originali tolte a suo tempo dal frontale del Forte, ma questo non è possibile. In quegli anni i caratteri venivano poi costruiti a mano, con fusione a conchiglia aperta a terra e, i mastri fabbri pur conoscendo i vari tipi di carattere in uso, i loro stampi non erano mai uguali, perché non prodotti con un sistema in serie, tutto era eseguito con metodi artigianali pertanto leggermente differenti fra loro.

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Fotografia della foratura ed esecuzione della tracciatura di riferimento della posizione occupata dalle precedenti lettere, questo per avere i punti di riferimento della posizione precedentemente occupata dalle lettere dopo la chiusura dei vecchi fori.

A conclusione, sovrapponendo le varie lettere sui fori presenti sull’immagine a computer, risultava esattamente il nome di “FORTE S. BRICCIO” con esse puntata. Non era finita però la mia ricerca, dovevo avere delle prove che quel tipo di carattere fosse in uso nel 1882 anno della presentazione del progetto del Forte. Il risultato fu confortante… il carattere era in uso da moltissimi decenni prima del Forte. Trovato il tipo di carattere, la sua grandezza e, il nome reale che vi era scritto, dovevo trovare chi fosse in grado di costruirlo o che avesse un carattere di quelle dimensioni e, di quel tipo nella sua produzione, cioè in bronzo fuso in conchiglia. La ricerca per mia fortuna si fermò presto, presso la ditta Biondan di Montorio, specializzati in fusioni in bronzo e produttori di materiale funerario stampato o in fusione. Interpellati e sensibilizzati ad appoggiare la causa della rinascita del Forte, mi confermano la fornitura delle lettere in fusione in bronzo, al costo del puro metallo.

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Chiudere i fori esistenti che fissavano le vecchie lettere è indispensabile data la loro dimensione 15×15 mm. e, le lettere in fusione di bronzo attuali hanno fori con perni in posizione diversa e di dimensioni meno invasive, con un diametro di appena 5 mm., pertanto con piccoli fori si riesce ad avere un fissaggio perfetto.

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Creazione del materiale occorrente per la chiusura dei vecchi fori tramite frantumazione e polverizzazione della pietra rosso veronese, aggiungendo una piccola percentuale di cemento bianco, per preparare l’impasto per la loro chiusura.

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Pur essendo la spesa da sostenere di un terzo del valore reale delle lettere in bronzo, per noi dell’Associazione All’ombra del Forte la somma era ancora grande… e pertanto il presidente dell’associazione, prof. Maria Grazia Belli venuta a conoscenza del risultato ottenuto mi consiglia di scrivere al direttore della Cassa Rurale di Vestenanova, alla attenzione del direttore della sede di Lavagno, il quale si dimostra disponibile ad un nostro incontro per avere ulteriori informazioni, sulla ragione, della nostra richiesta del loro eventuale finanziamento. Dopo l’incontro acconsente a finanziarci la restante cifra per l’acquisto delle lettere per il Forte.

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Chiusura dei vecchi fori con il materiale tratto dalla pietra veronese con minima percentuale di cemento bianco.

Fu presentata pertanto la domanda alla Soprintendenza dal Comune di Lavagno, nella persona dall’Assessore Alessandra Sponda, allegando la documentazione attestante la ricerca effettuata, corredata dalle foto dimostrative, della validità della sovrapposizione sull’immagine dei fori esistenti sul fronte del Forte delle lettere di quel carattere ritrovato. Avendo ricevuto tale domanda esito positivo da parte degli organi preposti, l’istallazione avverrà approssimativamente in data 15-04-2016/20-04-2016. In questi giorni è stata eseguita la chiusura dei vecchi fori con materiale dello stesso tipo, (polvere di pietra rosso veronese), ricavata frantumando dei pezzi di pietra dello stesso tipo di quella del Forte, per avere lo stesso colore e resistenza meccanica, aggiungendo una piccola percentuale di cemento bianco per dargli la dovuta resistenza.

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Usando un impasto dello stesso materiale che compone il fronte del Forte per chiudere i vecchi fori, si ottiene un’ottima corrispondenza sia nel colore che nella resistenza meccanica per il fissaggio delle nuove lettere.

Si proseguirà nei prossimi giorni ad eseguire la nuova foratura per il fissaggio delle nuove lettere, dopo averle installate e verificato che la scritta è perfettamente nella sua primitiva posizione saranno fissate definitivamente. La ricerca però continua, manca ancora un particolare piccolo, ma anche lui importante, sul lato destro del portone di accesso, manca il rosone del corpo di appartenenza della guarnigione che era dislocata nel Forte, nel lontano 1888, come si intravede nella foto sopra. Con certezza si trattava del corpo di artiglieria pesante da campo, rintracciare i suoi colori e, il materiale di cui era composto sarà indispensabile. Probabilmente rosone in bronzo in fusione a terra, di un diametro di 30 cm. circa con spessore 2,5 cm., rappresentate il corpo di appartenenza. La certezza arriverà alla fine della dovuta e necessaria ricerca. Quale gratificazione migliore, essere riuscito a ridarli il nome che gli apparteneva e gli appartiene, essere riuscito a ridargli il suo aspetto primitivo. Ringraziamo tutti quelli che con il loro interesse hanno contribuito alla riuscita della mia ricerca, ed alla sua realizzazione, ringrazio quelli che non hanno esitato a contribuire finanziariamente al sostegno della nostra iniziativa facendo sì che si potesse realizzare….

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PROSPEZIONI GEORADAR

sul luogo della vecchia Pieve

e

ricerca dell’esistenza del passaggio segreto del Forte

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di Raffaele Favatà.

Molto si è parlato ed ancora se ne parla, riguardo alla esistenza di un collegamento sotterraneo esistente o meno fra la Batteria Monticelli ed il Forte di San Briccio. Interpellato dal presidente dell’Associazione All’ombra del Forte prof.sa Maria Grazia Belli e dal sig. Renzo Zerbato sulla probabilità della sua esistenza, risposi sinceramente che ne dubitavo, conoscendo perfettamente il Forte in tutti i suoi più nascosti meandri, non avevo notato nessun passaggio, e tanto meno segni di eventuali passaggi chiusi anche in epoca remota… quando si chiude o si ripara un muro a mattoni, o intonacato o si tratti di un pavimento si notano sempre dei segni più o meno evidenti e, nel Forte non v’erano segni tali da poter far pensare ad un passaggio segreto chiuso in epoca remota o recente, salvo che non fosse stato chiuso quando fu costruito il Forte quindi di epoca antecedente al forte stesso. La distanza fra il Forte e la Batteria Monticelli è di 2.481m. circa, con un dislivello di 262 m. circa, impensabile una galleria così lunga con dislivelli lungo il percorso di oltre 50 m., avrebbe avuto un costo superiore al forte stesso.

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Rilevamento satellitare della distanza fra Batteria Monticelli e il Forte di San Briccio, tratto che avrebbe dovuto percorrere una eventuale galleria di collegamento.

La mia risposta non li convinse anzi mi chiesero di interessarmi per fare delle ulteriori verifiche. Contattai varie ditte per noleggiare le attrezzature necessarie per effettuare una prospezione georadar, l’unico sistema per accertarci se sotto o intorno al Forte esistesse con certezza un passaggio segreto, ad altre ditte del settore chiesi di farmi un preventivo di fattibilità ed eventuale spesa che avremmo dovuto sostenere lasciando a loro il compito di eseguire la prospezione. Fra tutte le varie risposte, scelsi la RadarPoint. La ditta dimostrava apertamente sensibilità e comprensione alla nostra condizione di associazione di volontari e, pertanto si offriva ad effettuare la prospezione ad un costo simbolico, più le spese di carburante ed autostrada… risiedono a Torino. Fissato il giorno per effettuare la prospezione ed accettate le condizioni, con l’approvazione del presidente, fu estesa la prospezione anche alla vecchia Pieve, trovare le tracce della sua reale vecchia posizione rilevando qualche residuo di fondamenta.

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Sovrapposizione in trasparenza della mappa cartografica del Genio Militare del Maggio 1884 sull’immagine satellitare del colle del Forte, facendo coincidere le tre strade sterrate di accesso alla vecchia Pieve, notare il diverso percorso della vecchia strada che passava per le “Cesette”.

Iniziamo le prospezioni in data 11-01-2016 alle ore 9,30 circa, prospezioni effettuate dalla titolare della ditta RadarPoint sig.ra Milena, nella zona situata a Nord-Ovest del Forte, dove ritenevo con discreta precisione fosse dislocata a suo tempo la vecchia Pieve. Per avere la quasi certezza della sua posizione con il minimo errore possibile, avevo registrato una immagine satellitare di tutta la collina del Forte, includendovi in essa le tre strade sterrate di accesso; avendo una mappa del Genio Militare dell’epoca che recava ben evidenti le tre strade sterrate e la posizione della vecchia Pieve, pensai di sovrapporla alla immagine satellitare attuale che avevo della collina tramite sovrapposizione a computer, ritenendo che dalla sovrapposizione avrei potuto rilevare l’esatta posizione dell’antica Chiesa, facendo coincidere perfettamente le tre strade sterrate che non facendo parte dell’area sottoposta alla costruzione del Forte all’epoca (1882 presentazione del progetto) erano rimaste nel tempo invariate.

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Inizio della prospezione georadar da parte della titolare della RadarPoin di Torino.

Delineammo le zone previste con picchetti e nastro per semplificare la ricerca. La prospezione conferma la mia tesi, rilevando ad una profondità di circa 70-90 cm. resti di fondamenta della vecchia Chiesa di uno spessore di circa 80 cm. e una cavità di un diametro di circa 1 m. e profondo oltre 3 m. davanti al frontale della vecchia Chiesa, pozzo per l’acqua piovana? Nella parte posteriore della Chiesa si rileva una cavità di 1,60×1,80 m. circa per una profondità di 3 m. circa, si presume una cisterna di raccolta acqua piovana o fognatura della Chiesa.

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I volontari seguono ed assistono la RadarPoint durante la prospezione.

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Controllo dei dati registrati durante il primo passaggio lineare e verifica incrociata del percorso.

Oltre ad un paio di cavità sotterranee di dimensioni ragguardevoli ad una profondità di circa 3 m. sempre nell’area dove si rileva la presenza della Chiesa. Nella parte dove era dislocato il vecchio cimitero, sono state rilevate 4 cavità importanti di dimensioni dai 6×3 a 13×8-9 m. e una altezza variabile da 3 ai 10 m, cavità sotterranee impossibili da definire… vulcaniche, cedimenti strutturali, o opere dell’era romana o medioevale? 

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Zona del rilevamento della cisterna o fognatura sul lato posteriore della Chiesa.

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Prospezione dell’area occupata dalla vecchia Chiesa, il picchetto visibile nella foto indica l’inizio del tratto di fondamenta della parte anteriore della Chiesa in direzione del fossato.

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L’Assessore Di Michele assiste alla prospezione.

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Vari passaggi lineari ed incrociati.

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Momento del rilevamento della cavità 1,60×1,80, potrebbe essere la cisterna di raccolta dell’acqua piovana o fognatura della Chiesa.

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Prospezioni dove si ritiene fosse il cimitero, nel sottosuolo si rilevano 4 cavità di discrete e varie dimensioni, ma nessuna presenza di fondamenta.

Stabilita la posizione della vecchia Pieve, procediamo alla prospezione del famoso passaggio segreto calandoci nel vallone del Forte, procedendo dal ponte levatoio verso sud. In questo tratto di fossato sono state rilevate ben 5 cavità molto grandi, come le precedenti.

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Si iniziano le prospezioni nel fossato per scoprire l’eventuale esistenza di un passaggio dal Forte oltre il fossato.

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Anche nel fossato si eseguono passaggi lineari ed incrociati.

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Prospezioni nel lato sud del fossato.

Percorrendo il tratto sud del fossato da Ovest verso Est fino alla Caponiera a Sd-Est, altri 4 cavità di varie dimensioni, ed una cavità che procede in diagonale dal muro esterno del fossato contro il muro del Forte all’angolo della Caponiera ad una profondità di 2 m. larga circa 3 m. con una altezza di circa 3-4 m. (Ci riserviamo di riprenderla dalla parte interna del Forte per verificare la sua direzione).

Percorrendo il tratto sud del fossato da Ovest verso Est fino alla Caponiera a Sd-Est, altri 4 cavità di varie dimensioni, ed una cavità che procede in diagonale dal muro esterno del fossato contro il muro del Forte all'angolo della Caponiera ad una profondità di 2 m. larga circa 3 m. con una altezza di circa 3-4 m. (Ci riserviamo di riprenderla dalla parte interna del Forte per verificare la sua direzione).

Prospezioni intorno alla Caponiera situata a Sud Est del Forte.

Procediamo intanto dalla Caponiera a Sud verso la Caponiera a Nord.Est percorrendo il fossato lato Est, e con sorpresa rileviamo altre tre cavità sotterranee di diverse dimensioni e a diverse profondità, ma di dimensioni ragguardevoli, la più ampia raggiunge i 15 m.. Purtroppo dobbiamo fermarci a metà percorso dell’intero perimetro del fossato, perché l’altra metà è ancora da ripulire dalla vegetazione e dagli alberi caduti di traverso sul fossato, pertanto zona pericolosa per chi dovesse addentrarsi.

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Dalla Caponiera a Sud-Est percorrendo il fossato ad Est del Forte verso la Caponiera a Nord-Est.

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Siamo arrivati al limite del fossato percorribile in sicurezza, oltre è pericoloso inoltrarsi, per probabile caduta tronchi marcescenti e rami dall’alto del fossato.

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Riprendiamo la prospezione all’interno del Forte, nel locale che coincide con il rilevamento esterno, la prospezione indica una continuità della cavità anche sotto il locale del Forte, fermandosi quasi al centro del locale.

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Immagine elaborata di una prospezione, si notano due anomalie nel terreno ad una profondità di 1,77 m. la seconda più in basso ad una profondità di 2,66 m. Quello che abbiamo definito cavità presenti nel sottosuolo, in realtà possiamo definirle anomalie, fin quando non ci sarà una verifica distruttiva, cioè effettuando degli scavi di prova.

A conclusione possiamo dire che sotto il Forte ci potrebbero essere molte sorprese che purtroppo non abbiamo svelato con certezza ma sappiamo che qualcosa c’è ed abbiamo trovato molto di più di quello per cui era iniziata la nostra ricerca. Un domani forse si riuscirà a sapere di cosa si tratta, a noi oggi la soddisfazione di aver trovato tante informazioni che faranno da base per eventuali future ricerche. Ormai si fa buio e la leggera pioggia che a piccoli tratti ci ha accompagnato non ci da tregua, la prospezione non avrebbe potuto aver luogo se il terreno non fosse stato ricco di roccia basaltica e, poi per fortuna era una pioggerella finissima ed a tratti, perché altrimenti le onde elettromagnetiche emesse dalla strumentazione, non avrebbero svolto la loro funzione correttamente con terreno morbido intriso d’acqua.

I volontari dell’Associazione All’ombra del Forte, che con il loro lavoro al freddo e sotto la pioggia per due giorni, hanno fatto si che le prospezioni si potessero realizzare in sicurezza nel luogo del vecchio cimitero, oltre la rete di recinzione del Forte, facendo pulizia del sottobosco e del filo spinato ancora presente in grande quantità nel folto della vegetazione, abbandonato da decenni, ed assistito la Georadar durante le prospezioni:

Dario Sartori, Rolando Negrini, Luigi Fortezza, Paolo Sandrini, Alberto Zenari, Giovanni Castagna, Sergio Danzi, Gianni Montanari, Sergio Sponda, Giovanni Turata, Raffaele Favatà, spero di non aver lasciato fuori qualcuno.

Come funziona un georadar: http://www.softwareparadiso.it/ambiente/archeologia_strumenti_georadar.html

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“Le Mie Prigioni al Forte”

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di Raffaele Favatà.

Sabato 20-02-2016 ci siamo recati come di consueto al Forte, per esplicare i vari lavori necessari per il continuo recupero in atto del Forte. La direttiva del presidente prof.sa Maria Grazia Belli, era di spostare il magazzino attrezzi dalla sede attuale cioè il locale n° 2 sulla planimetria del Forte, nel locale n°3 adiacente, molto più piccolo ma sufficiente ad ospitare il magazzino attrezzi. Tutto questo per creare un locale di accoglienza dei visitatori ed eventuale pubblico partecipante alle future manifestazioni…, avere un locale dedicato dove accogliere i visitatori con biglietteria ed espositori, dove libri dedicati al Forte ed alla vecchia Pieve e vari gadget del Forte troveranno posto, con personale pronto alla accoglienza e volontari come guide per far conoscere la stupenda struttura agli eventuali visitatori… dare un ordine all’accoglienza dei nostri visitatori. Nel far questo, spostando tutto il materiale da un locale all’altro, con il solo sostegno di una flebile torcia elettrica (Manca l’impianto di illuminazione nel locale n°3), mi sono accinto a rimediare alla mancanza cercando di ripristinare un vecchio faretto da 250 w. che non voleva saperne di funzionare, una volta ripristinato il faretto con l’aiuto di Sergio Sponda, essendo a conoscenza lui dell’esistenza di una lampada di ricambio, accesi il faro nel locale…, la sorpresa è immediata… fra i compagni volontari che stavano nel frattempo al quasi semi buio continuando a spostare il contenuto da un locale all’altro… con l’improvvisa forte illuminazione, sento una lieve voce che continua a recitare come fosse un lontano racconto…

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Molte iscrizioni di nomi incisi con la baionetta si trovano nel Forte, in special modo sui davanzali delle finestre, ragazzi e giovani lontani dalle loro famiglie, in forte maggioranza meridionali, hanno voluto lasciare nella pietra un loro ricordo… il loro passaggio in queste terre lontane da casa, dai loro affetti più cari….

riconoscendone la voce, mi giro per dirgli “Paolo ma che stai dicendo?”, ma vedo Paolo Sandrini che immobile davanti alla parete semi bianca, illuminata dal faretto come ipnotizzato, sta leggendo uno scritto a matita di moltissimi anni fa… è il ricordo lasciato ai posteri da un soldato semplice; lui scrive “per aver lasciato aperta la sua brandina”, prende tre giorni di consegna nella cella (Locale n° 3 del Forte) tre giorni di carcere a cui lui dedica lo scritto e ne riporta la data 04-09-1925, ed il nome del Maresciallo che glie la inflisse. La forte voglia di lasciare ai posteri quei momenti a lui tristi e ritenuti ingiusti per una così lieve dimenticanza…. Questa lettera sulla parete della cella, deve farci riflettere, i racconti dei nostri padri e dei nostri nonni, a volte sembrano lontanissimi dalla nostra percezione della realtà, ma la nostra realtà deve al loro sacrificio ed abnegazione la sua esistenza… Tre giorni di carcere per aver lasciato la brandina aperta, così si creavano i veri uomini…

In questo modo e per caso abbiamo scoperto la prigione del Forte, l’ho cercata tanto, ma senza certezze, finalmente adesso sappiamo per puro caso dove venivano rinchiusi i soldati che commettevano dei reati, ma molto spesso solo delle dimenticanze o giovani distrazioni…

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Un regalo Gradito

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ASINELLI SARDI

di Raffaele Favatà.

I regali sono sempre graditi… e quest’anno sotto l’albero del Forte c’è un bellissimo regalo, in special modo se trattasi di esseri viventi che ci vengono donati, questo penso sia il pensiero della maggior parte della gente. Potete immaginare la nostra sorpresa quando ci è stato riferito dal nostro Presidente prof.sa Maria Grazia Belli del regalo fatto al Forte da una famiglia di Lavagno! Due splendidi esemplari di Asino Sardo, una femmina in stato interessante pronta al parto per il mese di Marzo, mi par di aver inteso e, uno splendido maschietto di qualche anno più giovane e, come tutti i giovani meno docile e diffidente ad accettare cibo dalle nostre mani (Qualche carota, mela, o pane raffermo). Lui è indipendente e lo dimostra ogni qualvolta tentiamo di corromperlo offrendogli una carota… no, non accetta niente dalle nostre mani, mentre la femmina viene volentieri anzi… ha già imparato a riconoscere il nostro richiamo e a passo veloce al trotto ci viene incontro accettando quello che gli offriamo… certo è che bisogna offrirglielo sul palmo della mano, tenendola anche ben distesa se non si vuole perdere qualche dito… . Questa mattina siamo andati a controllare essendo scesa ulteriormente la temperatura e, persistendo da parecchi giorni la nebbia, gli abbiamo portato due secchi di erba medica in grani pressata, ci sono venuti incontro trottando appena ci hanno visti, penso che sono contenti del posto dove li abbiamo sistemati, stalla nuova, greppia discreta, e spazio grandissimo per trottare e galoppare come fanno ogni tanto giocherellando fra di loro tirandosi anche qualche finto calcio abbassando le orecchie per poi mettersi a correre.

L’asino Sardo e sue caratteristiche: l’asino sardo in natura vive circa 25-30 anni mentre in cattività 40-50. Partorisce di norma un solo piccolo dopo una gestazione di 12 mesi. Il suo peso varia tra i 100-150 kg, e l’altezza al garrese è compresa tra gli 80 e i 110 cm. Il suo comportamento mite lo fa apparire un po svasato, in realtà è un animale ubbidiente e dotato di buone capacità di apprendimento. Vive in Sardegna. Oltre che in Sardegna, l’asino sardo è presente nel Lazio e in Umbria, dove arrivò a seguito dei pastori sardi e dove si trovano diversi allevamenti. La riscoperta dell’asino sardo oltre che alla iscrizione di un centinaio di soggetti al registro anagrafico, ha portato alla nascita, in Sardegna, di una associazione regionale (Associazione per la tutela dell’Asino Sardo: ATAS) e alla realizzazione del Parco dell’asino sardo di Mui Muscas, Ortueri. Si sono inoltre tenuti due Premi Regionali[2], curati dall’Associazione Regionale Allevatori della Sardegna[3], a Cagliari nel 2005 e 2006[4]. Questo negli ultimi anni… ma negli anni passati, prima della motorizzazione della nostra società, l’asino sardo ha dato un grande contributo allo sviluppo agricolo della Sardegna e varie regioni italiane, come altri esemplari di razze diverse, muli, bardotti ecc… ecc.., animali che con l’uomo hanno lavorato e contribuito al nostro sviluppo e benessere. In nord Africa viene usato ancora moltissimo per il trasporto di materiale sia in campagna che nelle periferie delle grandi città, ha una altezza al garrese leggermente inferiore dell’asino sardo. Caratteristica dell’asino sardo, il mantello fulvo o grigio e una linea scura in corrispondenza della linea dorso-lombare, con una linea trasversale pure scura sulle spalle e formante con la prima la cosiddetta linea crociata, o croce di Sant’Andrea.

http://www.agraria.org/zootecnia/asinospecie.htm

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Riccio in caccia (foto di Dal Zovo Nicola)

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Riccio in caccia (foto di Dal Zovo Nicola)

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Il riccio comune (Erinaceus europaeus Linnaeus, 1758)
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Descrizione e habitat: Il riccio presenta caratteristiche morfologiche arcaiche (come la formula dentaria e la conformazione del cervello) che lo accomuna ai primi mammiferi comparsi sulla Terra al termine del Cretaceo, rispetto ai quali non si è differenziato di molto: nel corso di milioni di anni ha solamente evoluto il rivestimento di aculei che tanto lo caratterizza agli occhi dell’uomo. Misura fino a 25–27 cm di lunghezza, per un peso che solo eccezionalmente supera il chilogrammo (anche se in vista dell’inverno il peso può raddoppiare): la coda di solito raggiunge i 2,5 cm di lunghezza. Il riccio presenta cranio allungato e un piccolo cervello, la maggior parte del quale è addetta alla decodificazione dei segnali di natura olfattiva: il principale senso del riccio è infatti l’olfatto. Il tartufo è grosso, nero ed assai mobile: i canali olfattivi sono costantemente umettati da una mucosa. Anche il senso del tatto è ben sviluppato; meno importante per loro è la vista, in ogni caso i ricci sono in grado di vedere fino a 30 m di distanza di giorno e fino a 12 m di notte. Nonostante le piccole orecchie semi nascoste dal pelo, i ricci sono infine in grado di udire frequenze comprese fra i 250 ed i 60.000 Hz, quindi ben dentro gli ultrasuoni: ciò aiuta l’animale nella ricerca del cibo. I ricci presentano forti ossa mascellari ed una chiostra dentaria di 36 denti: i due lunghi denti frontali, che possono a prima vista sembrare canini, sono in realtà incisivi modificati. Il corpo è tozzo ed a forma di pera: infatti al muso assai lungo ed appuntito si contrappongono il collo assai corto ed il quarto posteriore arrotondato. Le zampe sono corte e tozze, ma i piedi hanno forma allungata e presentano tutti 5 dita con unghie appuntite: le impronte lasciate dalle zampe posteriori son assai diverse da quelle lasciate dalle zampe anteriori, al punto che possono essere scambiate dai neofiti per tracce di animali di specie differenti. Inoltre gli aculei variano di colore al cambio di stagione, infatti nelle stagioni fredde, autunno e inverno, gli aculei assumono un colore marroncino più scuro rispetto alle stagioni calde, primavera e estate, in cui presentano un colore più chiaro. A questo cambiamento partecipa anche il pelo, che a seconda della stagione assume un colore chiaro o un colore più scuro. Le aree di pelle nuda (cerchi perioculari, orecchie, zampe e naso) sono di colore nero: il pelo è ispido e di un colore che va dal grigiastro al beige: nell’area che comprende la fronte, i fianchi ed il dorso, il pelo cede il posto ad aculei (che poi altro non sono che peli modificati) lunghi circa 2 cm e di colore nero striato trasversalmente di biancastro. Gli aculei sono appuntiti e cavi, presentano carenature laterali e ciascuno di essi è munito di un muscolo innervato che ne permette l’erezione quando l’animale è eccitato od in stato d’allerta: ciascun esemplare possiede fino a 6000 aculei. Oltre a proteggere l’animale da aggressori in carne ed ossa, gli aculei prevengono anche seri danni dovuti ad urti o cadute: ciascun aculeo, infatti, nei pressi del follicolo pilifero presenta un restringimento che lo rende flessibile, in modo tale da assorbire urti anche di una certa entità. Nei ricci è presente una mutazione recessiva che porta alla nascita di esemplari dal pelo uniformemente color crema, anche se con occhi di colore nero (dunque non si tratta di albini): tale mutazione è particolarmente frequente sull’isola di Alderney. Pare che i ricci con questa mutazione (cosiddetti “biondi”, mentre su Alderney essi vengono denominatispike girls, “ragazze coi piercing“) non vengano attaccati dalle pulci. 
Biologia: Il riccio è un animale esclusivamente notturno: si pensa che le abitudini notturne non siano tanto una necessità dettata da esigenze di difesa, in quanto la cortina di aculei di cui dispongono li rende praticamente invulnerabili ai predatori, quanto piuttosto di un adattamento allo stile di vita delle proprie prede, che sono molto più abbondanti durante la notte. Nonostante appaia un animale goffo e generalmente si muova lentamente, il riccio è in grado di correre velocemente e si dimostra anche un ottimo nuotatore. Durante il giorno riposa nascosto nella sua tana, costituita solitamente da una cavità del suolo posta nel sottobosco, fra i tronchi e le foglie cadute. Durante la notte esce alla ricerca di cibo, percorrendo tragitti sempre uguali: non teme di attraversare spazi aperti in quanto è ben protetto dalla corazza di aculei.
Raggio d’azione: in una passeggiata notturna i ricci percorrono 1–3 km, si muovono in territori di caccia che possono estendersi fino a 30-100 ettari (da 300.000 m² a 1 km²). Le femmine, che si spostano più lentamente, hanno campi d’azione massimi di una decina d’ettari di superficie (100.000 m²). Generalmente, gli esemplari che vivono in ambienti aperti si muovono di più rispetto a quelli che si stabiliscono in aree boschive o riparate. Durante l’estate cambia 20—30 volte tana. 
Quando un riccio incontra un possibile pericolo, normalmente, reagisce immobilizzandosi e drizzando gli aculei sul dorso. Poi, se l’intruso lo tocca, appallottolandosi su sé stesso. In questo procedimento, il riccio è aiutato da una fascia muscolare sulla schiena che, contraendosi, va a stringere in un sacco cutaneo tutto il corpo e gli arti. L’aggressore si trova così dinnanzi un’impenetrabile cortina di spine: questa tattica, tuttavia, risulta inefficace con le volpi, che urinandosull’animale appallottolato lo costringono ad uscire dalla corazza, per poi finirlo mordendolo sul delicato muso, e con leautomobili, di fronte alle quali l’animale si appallottola, venendo inevitabilmente travolto ed ucciso. Sono infatti fra i due ed i tre milioni i ricci che ogni anno perdono la vita in questo modo mentre attraversano le strade, tanto che nel Regno Unito le popolazioni di riccio vengono monitorate contando il numero di cadaveri ritrovati morti su alcune delle strade più frequentate sia dagli autisti che da questi animali. Il riccio ha abitudini solitarie e scontrose: tende generalmente ad evitare i contatti coi conspecifici, dei quali avverte la presenza con l’udito o l’olfatto, mentre nel percepire l’avvicinarsi di un estraneo va subito in allerta. Tuttavia, in caso di contatto i ricci non disdegnano lo scontro diretto, che viene risolto in base alle dimensioni ed all’età degli esemplari. Durante i mesi invernali (fra ottobre ed aprile), il riccio è solito cadere in letargo: tale operazione risulta però piuttosto rischiosa per l’animale, in quanto nel caso in cui esso non abbia accumulato una quantità di grasso corporeo sufficiente nel corso della bella stagione, potrebbe morire per inedia. Ciò succede soprattutto agli esemplari giovani. In casi di freddo estremo, l’animale (la cui temperatura corporea scende dai 35 °C soliti ai 10 °C, mentre i battiti cardiaci calano da 190 a 20 al minuto) può anche uscire dal letargo per andare alla ricerca di cibo. Per il letargo, il riccio ammucchia una buona quantità di muschio e foglie secche che fungeranno da giaciglio. L’aspettativa media è di circa 3 anni sebbene possano raggiungere i 10 anni di età in assenza di pericoli e soprattutto se tenuti lontani dalle strade.
Distibuzione: La gestazione può durare dai 30 fino ai 50 giorni e il numero di piccoli che nascono può variare da 1 a 9. Il parto avviene nel periodo fra maggio e ottobre, ma se la femmina si riproduce in anticipo potrà partorire due volte. Il pene del maschio è piccolo ed aderente al corpo, tranne nel periodo dell’accoppiamento, mentre la vagina della femmina è posta all’estremità posteriore dell’addome ed in entrambi i sessi si trovano cinque coppie di capezzoli. Dopo il rituale del corteggiamento, nel quale il maschio mordicchia gli aculei della femmina, questa abbassa gli aculei e la penetrazione avviene con il maschio sul dorso. I piccoli nascono già con gli aculei, ricoperti però da una membrana per proteggere la madre durante il parto; dopo 36 ore questi primi aculei saranno sostituiti da un nuovo mantello sviluppatosi all’interno e da un ulteriore terzo mantello che sostituirà definitivamente i primi due. Dopo un mese, i piccoli rassomigliano completamente agli adulti. La speranza di vita del riccio in natura è di circa 5 anni, mentre in cattività non è raro che viva anche il doppio.
Alimentazione: Per la variegata dieta che assume, risulta essere onnivoro. L’alimentazione del riccio si basa di invertebrati di vario tipo, su uova e nidiacei, rettili ed anfibi; non disdegna nemmeno di mangiare piccoli mammiferi, soprattutto topi, di cui è considerato un cacciatore spietato in quanto uccide gli adulti e dissotterra i nidi per nutrirsi dei piccoli. La credenza che i ricci si nutrano prevalentemente di vipere si rivela fondata solo in casi eccezionali: l’animale non teme infatti i morsi velenosi, in quanto i denti veleniferi sono più corti degli aculei e raramente riescono a penetrare il rivestimento di peli ispidi che protegge l’animale.In caso di necessità, i ricci mangiano senza problemi anche ghiande, bacche, frutta ed altro materiale di origine vegetale nutrendosi in casi estremi anche di foglie. Il latte è un veleno per il riccio, non solo perché non può digerirlo, ma provoca forte diarrea che conduce alla morte dell’animale.
Rapporto con noi: Nell’antica Roma, il riccio veniva allevato per la sua carne; inoltre il pelo aculeato del dorso veniva utilizzato per cardare la lana e come componente dei frustini per spronare i cavalli e per svezzare i vitelli. Col tempo, la fitta copertura di aculei ha fatto sì che il riccio venisse accostato ai capelli, infatti le ceneri di questi animali, mischiate alla resina ed applicate sulla testa, erano ritenute un rimedio sicuro contro lacalvizie. Attualmente il riccio è una specie protetta dalle leggi italiane, pertanto non si può né cacciare, né detenere in cattività. Tuttavia il riccio è facile da tenere in cattività e può essere riprodotto con successo senza eccessivi sforzi. Spesso è possibile osservare sul manto stradale esemplari di Erinaceus morti, uccisi durante le ore notturne dal transito veicolare durante la ricerca di cibo o di acqua.
Dominio: Eucaryota
Regno: Animalia
Phylum: Chordata
Classe: Mammalia
Ordine: Erinaceomorpha
Famiglia: Erinaceidae
Sottofamiglia: Erinaceinae
Genere: Erinaceus
Specie: E. europaeus
 Nomenclatura binominale: Euscorpius italicus Linnaeus, 1758
Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Erinaceus_europaeus
Video

Attenzione in Italia sono protetti è proibito catturarli! Se trovate un orfanello portatelo al centro protezione più vicino, loro sanno come aiutarlo a crescere!

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Scorpione Italiano (Euscorpius italicus) Herbst, 1800
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Descrizione: Può raggiungere una lunghezza di circa 6 cm., con la sua lunghezza lo scorpione italiano è il più grande degli Euroscorpius. Con pedipalpi molto grandi e robusti ed una coda molto sottile, al contrario degli scorpioni africani, pertanto la sua puntura non è pericolosa per l’uomo, corrisponde ad una puntura d’ape.
Habitat: Presente soprattutto nelle fessure delle vecchie mura, pietraie e legnaie, dove trova rifugio, anfratti e crepe, sotto depositi di materiale vario in vecchie cantine e solai. Nelle zone montuose è reperibile nelle pietraie calcaree che costeggiano le strade ghiaiose di montagna, nei terreni erbosi sotto le pietre , ovunque ci sia del materiale che possa dare loro un rifugio sicuro.
Distibuzione: è uno scorpione della famiglia Euscorpiidae, distribuito in Europa in Italia, Repubblica Ceca, Balcani, Russia, Grecia, Turchia.
Biologia: Conduce vita solitaria notturna, tranne in primavera durante la fase di accoppiamento. La femmina da alla luce una trentina circa di piccoli già formati di colore molto chiaro quasi trasparenti, che appena nati salgono sul dorso della madre, dove continueranno a rifugiarsi fino alla prima muta, in questo periodo la femmina quasi non si alimenta, per evitare forme di cannibalismo nei confronti della prole. La sua coda è formata da piccoli nodi uniti fra loro e comunicanti, alla loro estremità è presente il pungiglione a forma di uncino, con il quale inietta il veleno nelle sue prede. Ogni nodulo della coda contiene una gocciolina di veleno pronto all’uso. La differenza dagli scorpioni africani consiste oltre alle loro differenti dimensioni (molto più grandi), soprattutto nella coda, che in rapporto alle dimensioni del corpo hanno i noduli della coda molto più sviluppati, contenente una dose di veleno pertanto pericolosa per l’uomo. Lo scorpione africano più velenoso è il DeathStalker, la sua puntuta è mortale. http://www.latelanera.com/naturalbornkillers/naturaletale.asp?id=220
Alimentazione: Si nutrono di vari piccoli insetti, come cimici, grilli vari piccoli coleotteri e tutti quegli insetti che può cacciare prevalentemente di notte, è un predatore attivo, rincorre la preda, non aspetta che le si avvicini abbastanza per ghermirla ma la cerca come un vero cacciatore, afferra la preda con i due grandi e robusti pedipalpi, per poi pungerla con il suo pungiglione situato all’apice della coda, iniettandogli il veleno e nutrendosene una volta tramortita. Hanno una particolare caratteristica, sono individuabili a notte inoltrata con una lampada Wood (Ultravioletto), tutto il loro corpo diventa luminoso, pertanto ben visibili anche nella notte più buia.
Regno: Animalia
Classe: Arachnida
Ordine: Scorpiones
Famiglia: Euscorpidae
Genere: Euscorpius
 Nomenclatura binominale: Euscorpius italicus
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Mantide religiosa (Mantis religiosa) Linnaeus, 1758
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Primo piano di Mantide intenta a divorare una Cimice verde (Palomena prasina)
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Il nome le deriva dalla sua caratteristica postura, sembra in preghiera
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Ooteca di Mantide religiosa, composta da materiale schiumoso nel cui interno lei depone le sue uova, una volta induritasi fa da protezione in attesa della schiusa.
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Descrizione: Il nome “religiosa” fa riferimento alla postura delle zampe anteriori che ricorda un atteggiamento di preghiera. La femmina è lunga circa 7,5 cm, il maschio 6 cm. La sua colorazione varia dal verde brillante al marrone chiaro. Altra caratteristica è la presenza di due chiazze nere, una per ogni zampa anteriore, lato interno, simili ad un occhio quando mostrate a scopo difensivo. Ha due paia di ali attaccate sul dorso in corrispondenza della coppia di zampe posteriori e mediane.
Habitat: Vivono prevalentemente sui cespugli e piccole e grandi siepi, nei giardini su fiori e su tutta la piccola e media vegetazione che attrae gli insetti, in special modo durante la loro fioritura. Sanno camuffarsi facilmente tra le foglie, dove aspettano immobili le loro prede. Per difendersi dagli attacchi di insetti antagonisti la mantide apre di scatto le proprie ali per sembrare più grande, emettendo una specie di sibilo sfregando le ali per spaventare eventuali predatori.
Distribuzione: Originarie dell’africa da cui si diffusero velocemente in Europa meridionale e all’Asia minore, si è diffusa anche in Nord America dal 1899 circa. Assente nel Nord Europa, in Germania è altamente protetta, e la loro cattura è vietata. In Italia è abbastanza comune su tutto il territorio compreso le isole.
Biologia: Le uova vengono deposte in ooteche in Autunno, in ogni ooteca possono deporre dalle 50 alle 200 uova circa. Le sue neanidi in natura nascono a Maggio-Giugno, in Agosto sono già adulte. L’accoppiamento della mantide avviene in un modo quasi sempre in natura tragico per il suo compagno, perché durante l’accoppiamento viene divorato dalla femmina, partendo dalla testa. questo comportamento è dovuto al fabbisogno immediato di proteine per produrre le uova. Si è riscontrato che le femmine di allevamento nella fase di accoppiamento non sentono il bisogno di cannibalismo verso il maschio come avviene in natura.
Alimentazione: Si nutrono di vari piccoli insetti, come cimici, mosche, grilli, e tutti quegli insetti che si posano o passano nelle sue immediate vicinanze, è un predatore d’attesa, non rincorre la preda, ma aspetta che le si avvicini abbastanza per ghermirla con le sue zampe anteriori munite di un potente e forte uncino. Durante l’attesa della preda, unisce le lunghe zampe munite con il grande uncino pronte a sferrare l’attacco.
Regno: Animalia
Classe: Insecta
Ordine: Mantodea
Famiglia: Mantidae
Genere: Mantis
 Spacie: M.religiosa
Nome Binominale: Mantis religiosa
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La Wehrmacht al Forte

Spara un colpo di cannoncino da un auto blindato

contro il Forte

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di Raffaele Favatà.

Sto raccontando qualcosa che qualcuno di voi certo avrà già sentito, magari al bar… o in famiglia.

Nel lontano 1945, dopo la disfatta e lo sbandamento del nostro esercito con la firma dell’armistizio, molte fortificazioni militari e Caserme rimasero senza ordini, quindi anche Forte San Briccio subì questa sorte.

Mi fu raccontato nell’Aprile 2013 nei primi giorni del mio ingresso nella associazione di volontari, Associazione All’ombra del Forte, che un mattino fu avvistata dai sparuti militari di guardia al Forte rimasti, una “camionetta” tedesca venire su per la strada del Forte, ma arrivata al cancello di ingresso fece retromarcia e tornò da dove era venuta, in quel frangente però un incauto o eroico militare gli sparò contro un colpo di moschetto… senza peraltro colpire nessuno degli occupanti il mezzo tedesco. Certamente pensavano di aver risolto e sventato l’attacco al Forte dai tedeschi ormai in ritirata, ma si sbagliavano, perché da li a qualche ora, su per la strada sopraggiungeva un auto blindato, mezzo leggero corazzato tedesco adibito al trasporto truppa, il rumore del cingolato era sempre più forte e la preoccupazione nel Forte saliva man mano che il rumore si avvicinava.

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Auto blindato tedesco dell’epoca.

Il mezzo corazzato non si fermo al cancello, ma salì imperterrito verso il Forte, arrivato davanti al ponte levatoio si girò frontalmente mostrando il piccolo cannoncino e mitragliera in dotazione, pronto a far fuoco. Un ufficiale dal suo interno intimo ai militi di guardia del Forte di aprire il portone ed arrendersi… ma il milite che aveva sparato il colpo di moschetto e gli altri due o tre di guarnigione rimasti se n’erano già andati nel frattempo. Sapendo di essere stati da poche ore presi a fucilate e quindi qualcuno nel forte doveva esserci e non ricevendo da loro risposta aprirono il fuoco, sparando un colpo di cannoncino contro il portone d’ingresso che, dall’urto, si aprì lasciando libero accesso all’auto blindato tedesco che prese possesso del Forte, poi da li a pochi giorni lo lasciarono. Nei miei primi giorni di lavoro come volontario cercai la testimonianza del colpo di cannoncino sul portone, e mi fu indicato un foro ben visibile sul portone di accesso, foro che essendo quasi ad altezza d’uomo credevo servisse per dare la possibilità a chi fosse di guardia all’interno del Forte di vedere chi si presentava davanti all’ingresso sul ponte levatoio, uno spioncino insomma; mi fu assicurato che si trattava del colpo del blindato tedesco. Forse per mia natura, essendo naturalista e appassionato di avvenimenti storici… mi ripromisi di cercare dove il colpo del blindato fosse andato a finire una volta forato il portone, se il racconto era veritiero doveva pur esserci qualche segno contro la parete opposta al portone….

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Situazione della volta d’accesso alla Piazza d’Armi nella primavera del 2013, in fondo la presunta parete destinataria del protettile tedesco.

La mia ricerca non portò alla soluzione che speravo, cioè trovare le sue tracce contro il muro posto a 60 metri circa situato in Piazza D’Armi in linea con il portone di ingresso, sul muro non v’era alcun segno…. A questo punto ho rinunciato, credendo che mi era stata raccontata una bella storiella e niente di più.

Durante i lavori di recupero del Maggio 2015, avevo come incarico quel mattino di rimettere in funzione le cerniere delle porte di accesso dei vari locali e numerosi cancelli con Rolando Negrini, dato che erano bloccati dalla ruggine ed era impossibile muovere. Oliando ed ingrassando procedevamo locale per locale a sistemare le porte ed i cancelli d’ingresso… giunti in Piazza d’Armi e arrivati al cancello situato in direzione del portone di accesso incominciamo ad oliare e spazzolare la ruggine dalle cerniere e sulla serratura del cancello comprese le aste con punta a lancia… ma ad un tratto mi appare una scena che mi fa tornare alla mente il colpo di cannoncino dell’auto blindato tedesco…

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Ben visibili oggi le conseguenze sul cancello del colpo del blindato tedesco.

Si… era proprio li che era andato a finire dopo aver forato il portone d’accesso, difatti il cancello mostrava chiari segni di una forza incredibile che gli aveva strappato parte di un’asta con punta a lancia superiore, e anche un pezzo di struttura ad arco del cancello era stata completamente strappata dal forte urto. Il metallo dato il suo spessore presenta chiari segni d’urto incredibili, per ottenere quel risultato doveva essere stato senza dubbio il colpo sparato dall’auto blindato tedesco… Ma allora dopo aver colpito e strappato particolari del cancello dove era finito?

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Segni delle conseguenze dovute alle parti di metallo del cancello proiettate contro i blocchi di pietra dal proiettile tedesco.

La parete in pietra interna a destra del cancello, mostra chiari segni dei danni conseguenti il colpo, per poi contro rimbalzare in fondo contro il soffitto a volta in mattoni del locale, per andare a fermarsi a mezza altezza sulla colonna del giro scale che porta alla barbetta della posizione 53 sulla mappa del Forte, frantumandone una buona parte della  superficie, segni chiaramente visibili oggi.

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In fondo al locale di accesso alla barbetta sulla sua volta in mattoni è ben visibile il segno del proiettile, come visibile è sulla colonna centrale delle scale che portano in barbetta (luogo di posizionamento e rifornimento cannoni), manca una sua parte frontale conseguenza de colpo di cannoncino.

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Cancello oggi, in Piazza d’Armi situato in linea d’area al foro sul portone d’ingresso al Forte.

A conclusione, la storia che mi era stata raccontata seppur forse diversa dalla pura realtà dei fatti perché i veri testimoni oggi sono molto avanti con gli anni… e penso che qualcuno manca anche all’appello per poter confermare l’accaduto nei suoi minimi particolari, io l’ho descritto così come mi era stato trasmesso, ma il colpo c’è stato e quello è vero, e coincide in linea d’aria con il foro sul portone, l’unico colpo sparato contro il Forte dal 1883 fino ad oggi!

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Presenta:

FORTIFICAZIONI DELLA GRANDE GUERRA

DAL LAGO DI GARDA AL MONTE BALDO,

DALLA VAL D’ADIGE ALLA LESSINIA

documentario di Mauro Vittorio Quattrina

Consulente scientifico e percorso narrativo Architetto Fiorenzo Meneghelli

con la partecipazione di

Vasco Senatore Gondola, storico

Alessio Meuti, ricercatore

Prodotto da Studio Il Volo di Mauro Quattrina

in collaborazione con

Associazione Culturale Storia Viva, no profit

Con il contributo economico della Regione del Veneto


Documentario di circa 50 minuti.

Presentato in Conferenza stampa 9 Settembre alla 72. Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia presso l’Hotel Excelsior del Lido con la Regione del Veneto il regista Mauro Vittorio Quattrina e l’Architetto Fiorenzo Meneghelli

Argomento mai affrontato in un documentario professionale. Si tratta di un’opera unica che racconta come, in un giro videoturistico, le straordinarie e importanti fortificazioni fra Monte Baldo, Garda, Val d’Adige e Lessinia, furono costruite e/o riadattate in funzione della Prima Guerra Mondiale, ma che rimasero inutilizzate e che, quindi, in larga parte sono arrivate “intatte” ai giorni nostri.

Possiamo, come in un volo a largo respiro, grazie anche a numerose straordinarie riprese realizzate con un drone, passare sorvolare la storia, le trincee del Baldo, Novezzina, i forti della Lessina e della Val d’Adige, le trinceee di Malga Pedocchio e così via…
Ma se, oggi, questo enorme patrimonio storico e architettonico è arrivato a noi in alcune sue strutture, ancora intatto o visitabili, dipende solo dal fatto che, seppur inseriti in zona di confine, allora, e in zona considerata operativa – (pensiamo solo che a forte Masua erano presenti 6 cannoni da 149 mm. in cupola corazzata e 4 cannoni da 87mm ) dopo lo scoppio del forte Verena a causa di un proiettile nemico che provocò la morte di 40 artiglieri, dal luglio 1915, fu deciso il disarmo di tutte le fortificazione di confine.

Fortificazione comunque attive, che restarono come opere di seconda/terza linea con valenza logistica, di collegamento, di deposito.

Il documentario vuole raccontare eventi molto spesso inediti legati a queste strutture in modo tale che il turista, il visitatore, lo spettatore, passando poi a fianco di queste opere “che ampiamente restano sconosciute ai più anche se visibili” possa capire quanta storia, a volte anche di sofferenza umana, sia passata dentro e a fianco di queste opere, ora mute testimoni di tempi passati.

Il documentario è dedicato agli avvenimenti della Grande Guerra.

Da visitare, vedere e toccare per rivivere la storia attraverso un percorso che si sviluppa fra paesaggi unici in Europa, dove natura e storia si integrano in modo straordinario.

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La proiezione avverrà presso una grande sala del Forte preparata per l’occasione dai volontari. La proiezione avverrà Domenica 11 Ottobre 2015, alle ore 16,00. La partecipazione alla visione sarà riservata ai solo tesserati all’Associazione. All’entrata del Forte ci saranno gli addetti al tesseramento per chi ne è sprovvisto, la quota di tesseramento da diritto alla partecipazione a tutte le manifestazioni future presso il Forte e l’accesso al Bar interno del Forte. Le auto dovranno essere parcheggiate nell’apposito parcheggio segnalato dai cartelli di indicazione.

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Aspettando l’alba sul Forte

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di Raffaele Favatà

Il Giorno 13-08-2015 con Sergio Danzi decidiamo di fotografare l’alba dal Forte di San Briccio, e pertanto chiediamo al presidente Maria Grazia Belli l’autorizzazione per accedere al Forte. Ricevuto il permesso, ci siamo svegliati alle 4,30, pur sapendo che l’alba sul nostro territorio veniva data per le 06,10 non abbiamo resistito e ci siamo recati al Forte con molto anticipo…. Arrivati sul posto con una oscurità profonda, abbiamo subito cercato un punto abbastanza in alto per avere tutta la superficie del Forte a nostra disposizione, anche se la vegetazione rimasta non da la possibilità di avere una visuale completa a 180° la scena che si presenta è spettacolare. Seppur notte fonda, il lieve chiarore leggermente rosato all’orizzonte ci indica pressapoco il punto dove il nostro gradito ospite apparirà. l’attesa la passiamo con trepidazione nell’oscurità… anche se i nostri occhi piano piano si stanno adattando all’ambiente e la vista migliora ad ogni istante. Sergio sceglie di fotografare l’alba dal punto panoramico situato sulla sommità a schiena d’asino che si trova sulla scalinata della piazza d’armi, dove abbiamo installato la staccionata che funge da protezione nel punto alto. Io vado molto più su nel punto più alto del Forte dove resiste ancora il boschetto di robinie e spaccasassi (perlar), da quella posizione posso dominare la piazza d’armi e tutta la superficie del Forte da est ad ovest passando per il nord, una vista unica del Forte, Il cielo non è dei migliori, troppo limpido… sarebbe stato meglio con qualche nuvolone nero sarebbe stato più d’effetto, ma non si può pretendere sempre tutto! Il sole ormai è prossimo allo spuntare dietro le colline, facciamo gli ultimi preparativi e prove di scatto se tutto funziona a dovere… eccolo che inizia a far capolino dietro le colline… iniziamo a scattar foto, io faccio prevalentemente in questi casi solo panorami… mi danno più soddisfazione dopo averli realizzati. Una singola foto ben riuscita descrive quell’attimo particolare, il panorama racchiude più attimi è come raccontare una bella favola, per comporre un buon panorama molte volte ci vogliono da 20 a 80 ed oltre scatti, e poi unirli insieme formando una unica immagine, la quale deve essere la somma di tutti gli scatti effettuati, con esposizione, messa a fuoco, e geometria dell’immagine possibilmente uguali, se tutto viene eseguito correttamente possiamo godere del risultato finale…, l’ultimo numero che compone il nome del panorama indica il numero delle foto che lo compongono.

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La Mascotte del Forte di San Briccio

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fioccorosa

di Raffaele Favatà

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L’inatteso evento è avvenuto il 30-06-2015 alle ore 6,30 circa, alla fine del viale di accesso al Forte appoggiata al muretto della rete di recinzione la madre una splendida scamosciata, dava alla luce una piccola, che amorevolmente curava pulendola tutta. La sorpresa al nostro arrivo è stata grande, nessuno di noi sapeva dello stato della madre, anche perché nel periodo del parto il proprietario le ha sempre portate in stalla per evitare eventuali problemi possibili che possono verificarsi essendo allo stato brado nel Forte. Adesso l’attenzione sarà tutta per lei, si perché resterà al Forte, il proprietario ci ha assicurato che sarà la nostra mascotte, e pertanto da parte nostra i controlli dello stato della recinzione saranno intensificati. Dalle prime osservazioni controllando i loro spostamenti, abbiamo notato che la madre per proteggere la piccola si apparta dal gruppo, portandola in luoghi del Forte isolati, dove è più sicura, questo fino al primo suo svezzamento, quando lo riterrà opportuno la inserirà nel gruppo. Il comportamento rispecchia quello dei suoi simili che vivono allo stato brado, lasciando il nascituro nell’erba alta ben nascosto per allontanarsi per i suoi fabbisogni, ritornando a prenderlo per la poppata, ed esplorare insieme al piccolo il luogo che li circonda. Nei primi giorni di vita la madre non fa lunghi spostamenti, ma brevi percorsi nella vegetazione garantendo alla piccola ombra e frescura data l’alta temperatura che in questi giorni ci affligge!

Verso le ore 18,30 iniziamo la visita al Forte con i biologi dott. Giulio Piras e Carlotta Fassinas esperti del G.I.R.C. e LIPU di Padova, e la biolaga dott.sa Elena Moscardo, per la verifica dei giovani chirotteri nati e presenti al Forte. La verifica si è protratta fino alle 23,30, questo per essere sicuri che le madri avessero lasciato i piccoli sui posatoi (volta del locale scelto), avendo così la possibilità di contarli con più certezza. La madre della piccola scamosciata sentendo i nostri rumori anche se molto attenti a farne il meno possibile e parlando sottovoce, è rimasta sul frontale del Forte fino alla nostra partenza.

Può essere un augurio e gradito segno di rinascita del Forte di San Briccio, gli è già stato dato il nome “Ombretta” da chi le ha portate al Forte, noi gli auguriamo lunga vita!

Immagini dopo due ore dalla sua nascita.

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Video ripreso da Sergio Sponda.

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Dopo le volontarie arrivano le api al Forte

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di R@f

Oltre alle care caprette, le nostre volontarie di Forte di San Briccio, finalmente sono arrivate anche le Api. Mancavano nello splendido comprensorio militare, attualmente luogo naturalistico protetto. L’Apiario ha trovato il luogo adatto, le arnie sono state deposte sul lato sud del Forte, rivolte verso NORD, poste sulla postazione in Barbetta (dove venivano posizionati i cannoni) piccoli terrazzamenti. Luogo scelto attentamente dall’apicoltore nostro associato Alberto Zenari e proprietario delle 8 Arnie, il quale ci informa che ogni alveare può contenere dalle circa 20000 api in inverno alle 50000 api in estate. In questo periodo la fioritura primaverile delle varie specie vegetali presenti al Forte ormai è trascorsa, si dovranno alimentare con i vari fiori di prato estivi in continua fioritura. All’arrivo della prossima primavera al forte come fioritura prevalente, c’è la robinia, che fa parte della grande famiglia delle acacie, il tarassaco, il ciliegio, la malva, e i millefiori. Per classificare il tipo di miele che queste api produrranno si devono seguire le fioriture, dalla primavera in avanti.

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Arnie posizionate in Barbetta (Dove venivano posizionati i pezzi di artiglieria), luogo maggiormente protetto dai forti venti.

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Otto Arnie dai diversi colori perché possano riconoscere la propria arnia.

C’è la volontà di organizzare al Forte un percorso didattico per le scolaresche che lo visiteranno, che prevede anche dei laboratori in cui i ragazzi potranno vedere dal vivo il ciclo produttivo del miele, l’organizzazione perfetta delle api, attraverso una simulazione con una arnia in legno e vetro che per un giorno conterrà le api con la loro ape regina e fuchi.

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Rilevamento del 25 Aprile 2015

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Panoramica della cisterna con il punto di discesa ed ispezione a destra, ed infondo a sinistra il muretto di sbarramento dell’invaso di decantazione e di tracimazione. Le immagini sono illuminate dallo scatto del flash, altrimenti è buio pesto… illuminato solo dal piccolo faro della torcia a casco. Tutto questo è sotto una parte della pavimentazione del forte.

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di Raffaele Favatà

Alla ricerca dell’invaso d’accumulo d’acqua piovana e rilievo delle sue dimensioni.

In data 25 Aprile con il collega dell’Associazione All’ombra del Forte ing. Luca Zenari abbiamo ispezionato la cisterna principale sotterranea del Forte, calandoci con una scala dall’unico foro di ispezione che abbiamo trovato di circa 60 cm. di diametro, la scala in alluminio ci restringeva lo spazio disponibile per la discesa essendo lo spessore del foro di ispezione di circa 2 m., spessore della pavimentazione soprastante la cisterna, quindi bisognava usare solo le braccia in quel tratto sia a scendere che a salire, perché non si riusciva a piegare le gambe per passare allo scalino successivo dato lo stretto spazio disponibile.
Le testimonianze della sua esistenza ci erano apparse dalla presenza di varie aperture per il deflusso dell’acqua piovana situate sulla pavimentazione lungo la Corte D’Armi Principale e il Portico alla Prova, ed altre sparse per il Forte.
Lungo questo percorso ci sono molte bocchette per il deflusso dell’acqua piovana, definirle bocchette è senza dubbio diminutivo, dato che trattasi di grossi blocchi di pietra veronese, con gli intagli di forma rettangolare per il deflusso.
Di questi manufatti di un peso approssimativo di 300-400 kg. e forse oltre, peso difficile da quantificare perché non ne è rilevabile lo spessore dei lastroni, di questi ve ne sono lungo il percorso tre di dimensioni diverse, altri in altri percorsi del Forte.
Oltre a quanto scritto vi è nel locale 117 un pozzo per l’estrazione di acqua destinata alla pulizia delle vettovaglie ed altri usi non alimentari, perché come immaginabile trattasi di acqua non potabile.
Oltre la Corte D’Armi Principale, all’inizio del portico 135, sulla sinistra si notano chiari segni di una precedente installazione di un modello di pompa a mano in ghisa, vecchio tipo a pistone con leva di pompaggio, pertanto un chiaro segno dell’esistenza nel sottosuolo di una cisterna di accumulo d’acqua piovana.
La conferma dell’esistenza della cisterna di accumulo sotterranea, viene data anche dalla presenza nel locale situato nel piano interrato n° 140, di tubazioni in ferro di diametro di elevate dimensioni e altra tubazione intercettata da saracinesca di dimensioni appropriate sempre nello stesso locale.
Data la elevata dimensione della su detta tubazione, e della saracinesca posta per il suo controllo, ci ha fatto supporre che la cisterna dovesse essere anch’essa di elevate dimensioni.
Pertanto intercettato un pozzo di ispezione lungo il corridoio n° 106, di circa 60 cm. di diametro, ci siamo calati al suo interno con scala e torce da casco, non immaginando cosa ci aspettava.
Scesi sul fondo di quello che presumevamo essere la trovata cisterna, abbiamo iniziato i dovuti rilievi, per stabilirne le dimensioni.
La pavimentazione perfettamente integra così anche le pareti anch’esse lisciate a cemento a vista, con la volta in mattoni come tutti i locali del Forte, lieve e irrilevante presenza d’acqua sulla pavimentazione.
Con la luce delle torce da casco ci siamo diretti in fondo alla parete destra che mostrava essere molto scura, di un nero profondo, con nostra sorpresa e quasi timore, alla luce delle torce si presentava ai nostri occhi un’immagine sorprendente… la cisterna non finiva dove immaginavamo appena scesi al suo interno, ma girava a destra e continuava per almeno altri 30 m..

L’immagine che si presentava ai nostri occhi alla luce delle torce incuteva timore… dall’angolo del primo tratto dove eravamo scesi, ad una distanza di circa 5m. si vedeva un muro di una altezza di circa 1,5 m. che univa le due pareti della cisterna fungendo da sbarramento, di spessore di circa 40 cm., la sua funzione deve essere di contenimento della prima vasca che funge da decantazione, di dimensioni pertanto enormi, il muretto ha anche la funzione di tracimazione verso la seconda e più piccola vasca dove noi siamo scesi, che anch’essa di discrete dimensioni presumiamo di 15 x 5 m. circa, mentre la prima stimiamo essere di 30 x 6 m. per una altezza al muro di tracimazione di 1,5 m.. Quello che ci ha sorpreso è che tutto è perfettamente funzionante, la prima vasca pertanto è piena d’acqua limpidissima, alla luce delle torce riflette la volta della cisterna costruita come tutto il resto del forte in mattoni rossi, e l’acqua è a livello del muro di tracimazione, infondo una parete con 5 fessure verticali di immissione.
Rileviamo il cunicolo che alimenta il pozzo del locale n° 117, cunicolo posto a mezza altezza del livello del muretto di tracimazione, del diametro di circa 60 cm. ad una distanza dal muretto di circa 50 cm., pertanto per metà pieno d’acqua. Nella seconda vasca, si immette la tubazione in ferro che avevamo rilevato nel locale n° 140, entrando esso nella cisterna dalla parte alta a circa 2,50 m. con rete di filtraggio alla sua estremità; presumiamo che la sua funzione fosse di sicurezza di livello o troppo pieno, facendo defluire l’acqua (non sappiamo ancora dove).
Nella parte bassa a livello della pavimentazione in linea con il tubo del troppo pieno, è presente un foro di scarico, che presumiamo (da verificare) sia intercettato dalla saracinesca rilevata anch’essa nel locale n° 140 situata appena sotto la tubazione di troppo pieno.
Sarà necessaria una ulteriore escursione nella cisterna con gli strumenti necessari per rilevarne le reali dimensioni, per poter redigere una mappa di tutte le bocche di alimentazione della cisterna stessa, e di tutti i vari pozzetti di ispezione presenti sulla superficie attualmente ancora sigillati come all’origine, i quali ci fanno pensare all’esistenza di altre cisterne adibite a decantazione dell’acqua piovana e, di asservimento alla cisterna principale n° 1.

Note integrative al racconto di Raffaele
ing. Luca Zenari
L’esplorazione della cisterna è stato a dir poco emozionante.
Da un primo approccio (misura con laser dal foro di troppo pieno) avevo stimato si trattasse di una vasca rettangolare lunga circa 16 metri, una volta scesi ci si è presentata una “stanza” sotterranea di 250 metri quadrati e una sorpresa dietro l’altra.
L’opera di ingegneria idraulica sotterranea è degna della grandezza della struttura che la sovrasta.
Il locale della cisterna è rappresentato da un unica stanza a forma di “L” con un lato corto di 15 metri e lato lungo di 35 metri circa (le misurazioni precise le faremo dei prossimi giorni ma dalla sovrapposizione con le geometrie dei locali del piano terra le misure sono quelle che ho scritto). La larghezza della stanza è di 5 metri nel lato corto e 6 metri nel lato lungo che corre sotto la corte d’armi principale. Il soffitto è a volta.
Il volume massimo dell’accumulo di acqua è quindi approssimativamente 500 metri cubi (500000 litri) !
Lo scarico di fondo della cisterna è attualmente aperto per cui non viene accumulata la massima quantità  di acqua.
A questo proposito il muretto che attualmente contiene l’acqua è a mio modo di vedere un livellatore per consentire anche nei periodi di secca (o di apertura dello scarico di fondo) un livello minimo nel pozzo delle cucine (locale 117 e pompa all’aperto nel portico 135), presupponendo una vasca di decantazione prima dell’immissione dai 5 fori che citava Raffaele (avremo modo di verificarlo con prossime indagini).
Gli scarichi di troppo pieno e di fondo sono presumibilmente, come ha giustamente indicato Raffaele, azionabili dalla stanza 107, sperando che tali valvole siano ancora utilizzabili.
Apro una doverosa parentesi: riguardo la numerazione delle stanze del forte, molto utile in fase di descrizione e pianificazione di interventi, Raffaele Favatà  ha seguito la ricognizione e controllo delle numerazioni scritte in ogni stanza del forte. Io e l’arch. Nedda Taioli abbiamo riportato tutto nelle piante digitali del forte. Questo strumento tecnico torna ora molto utile.
Provvederemo nei prossimi giorni ad un’ispezione degli altri pozzetti al fine di verificare la (probabile) presenza di altri accumuli e vasche di decantazione/filtraggio oltre che cercare eventuali vasche collegate al sistema di smaltimento dei liquami delle latrine.
Il lavoro di rilievo e indagine del sistema idrico è fondamentale nell’ottica di un prossimo recupero e utilizzo del forte in quanto la riserva di acqua piovana potrà  essere usata come vasca antincendio e come secondo sistema idrico non potabile per irrigazione, lavaggio, servizi igienici etc. al passo con le più attuali direttive in tema di sostenibilità  ambientale.
Ricordiamo infatti che l’approvvigionamento idrico del forte è complicato dalla maggiore quota dell’edificio rispetto all’acquedotto comunale, rendendo necessario un sistema di pompaggio per l’uso dell’acqua nella fortificazione con relativi costi e dispendio di energia.
Anche il sistema di smaltimento delle latrine è di particolare interesse per rendere la struttura pienamente autosufficiente e rispettosa dell’ambiente.
Una volta esplorati e rilevati i manufatti del sistema idrico sarà  nostra cura provvedere alla digitalizzazione e pubblicazione dei risultati.
luca zenari | ingegnere edile

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Un DRONE al Forte di San Briccio

di Raffaele Favatà.

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Il 03-06-2015 presso il Forte di San Briccio abbiamo avuto come ospite, il Regista Documentarista Mauro Vittorio Quattrina, il quale dopo una visita del Forte accompagnato da Sergio Sponda,

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procedeva alle riprese del documentario su Forte San Briccio, il quale documentario farà parte di una serie che riguarderà molti forti storici inseriti in un sito da lui dedicato, inizia riprendendo con le sue attrezzature leggere ma professionali, con molta attenzione le varie parti del Forte da lui ritenute interessanti.

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Molto emozionante quando ha messo in funzione il “Drone”, prelevandolo da una valigia in PVC nera, un modello di dimensioni contenute ma efficientissimo, con una videocamera a bordo molto buona a giudicare dalla qualità video, che si poteva ammirare sul piccolo monitor situato sopra il pannello comandi e controllo, la messa a punto dei vari componenti elettronici, avveniva sotto un ombrello nero sostenuto dal prof. Giuseppe Corra, che oltre a dare sollievo nel lavoro all’operatore, serviva a far un po d’ombra per poter vedere meglio le immagini inviate dalla videocamera nella fase di messa a punto.

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Deposto sul piazzale in cemento della piazza d’Armi, ha preso il volo in verticale stabilizzandosi ad una altezza di 15 metri circa ha iniziato un giro su se stesso di 360°, facendoci ammirare qualcosa di unico, per poi scendere ad altezza d’uomo ed infilasi nel Portico alla Prova 132 percorrendolo per tutta la sua lunghezza, ritornando al punto di partenza e girare con movimenti dolci verso l’entrata del Forte percorrendo il Portico 135 e 130, per trovarsi all’uscita sul ponte levatoio sempre ad altezza d’uomo.

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Le emozioni non erano ancora finite perché in un attimo si dirigeva verso il fossato, oltrepassato il parapetto del ponte levatoio si calava lentamente nel fossato, restando a mezza altezza e percorrendolo tutto fino al punto dove i volontari hanno disboscato, procedere oltre era impossibile per la folta vegetazione ancora presente.

Come ultimo atto molto bello, tornato dal fossato si posiziona sul ponte levatoio a circa tre metri di altezza, e perfettamente immobile in quella posizione ha ripreso tutti i presenti che sbracciando salutavano il Drone.

Tutto questo è stato possibile grazie alla grande professionalità di Mauro Vittorio Quattrina e alla sua collaboratrice signora Patrizia sempre attenta ad organizzare e controllare tutto quello che accadeva intorno mentre il regista operava con il Drone.

L’unico rammarico è di non poter avere il video di ciò che riprendeva il Drone, e relative foto da lui fatte, per motivi tecnici e di tempo, ne verremo in possesso a Settembre e  tutto il materiale che ci daranno verrà inserito nel sito, possiamo in anticipo inserire due immagini gentilmente inviate al prof. Giuseppe Corra dal documentarista, dove si vede dall’alto la Piazza D’arme, e la parte del Forte rivolta a Nord verso San Briccio.

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Due foto riprese dal DRONE

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A conclusione del molto speciale pomeriggio, Sergio Sponda prima di congedarci invita tutti a rinfrescarci nella sala ufficiali 109E posta al primo piano del Forte, dove troviamo acqua minerale e, per l’occasione brindiamo con un’ottima bottiglia di bianco amabile, molto apprezzata che, chiude per i nostri ospiti amabilmente la giornata.

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Nell’immagine a destra l’Architetto Fiorenzo Meneghello, esperto in Fortificazioni.

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da sinistra ing. Luca Zenari e di spalle il documentarista Mario Vittorio Quattrina, in mezzo al gruppo la sua assistente con magliettina rossa sig.ra Patrizia

Per noi volontari non è ancora finita, dobbiamo calarci nella cisterna per rilevarne con la necessaria strumentazione le effettive dimensioni, nella precedente discesa avevamo approssimativamente stimato le sue dimensioni perché eravamo senza strumentazione, ma questa è un’altra storia che vi descriverò in un altro prossimo articolo.

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Gli artefici della rinascita del Forte

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I Volontari di Forte San Briccio:

Molti di voi che seguono le vicende del Forte di San Briccio sanno che molte sono le persone che per rimediare all’incuria e all’abbandono, in cui è stato lasciato questo stupendo manufatto di architettura militare, per molti anni, si sono impegnati e hanno speso per questo, ingegno ed energie. cercando di valorizzare questo prestigioso compendio edilizio.
Vorrei mettere in evidenza, i meriti di oggi, presentando persone che dedicano il loro tempo libero prestando servizio attivo presso la struttura del Forte, mettendosi gratuitamente a completa disposizione dell’Associazione All’ombra del Forte, gestiti dal presidente prof.sa Maria Grazia Belli!
L’impegno di questi volontari è da ammirare, perché fatto con la consapevolezza di lavorare per un bene di tutti, senza trarne profitto.
Pertanto… apprezziamo e, siamo grati, anzi molto grati, a queste persone che incuranti delle varie situazioni climatiche, in estate ed in inverno, sotto il sole e le intemperie anche durante le sporadiche nevicate, hanno continuato il loro lavoro di recupero e ripristino di Forte San Briccio.

Per partecipare è semplice, basta iscriversi all’Associazione, ed avere qualche sabato mattina libero da dedicare al Forte, l’iscrizione può avvenire anche tramite il “modulo” del sito nel menù “Contatto”, il primo sabato basta presentarsi al Forte alle 08 del mattino e sarà convalidata l’iscrizione dai responsabili.

Lista dei volontari in ordine alfabetico:

belli_maria_grazia pres.te prof.sa Belli MariaGrazia 
baroni_marco  Baroni Marco
bissoli_michele Bissoli Michele
bonifacio_giorgio  Bonifacio Giorgio
cagliaro_simone Caliaro Simone
castagna_giovanni Castagna Giovanni
castagnini_simone  Castagnini Simone
catozzo_stefano Cattazzo Stefano
volontari_fortesanbriccio Corradi Maurizio
Cremascoli Roberto
croce_fausta Croce Fausta
dal_maso_paolo Dal Maso Paolo
dal_zovo_nicola Dal Zovo Nicola
danzi_sergio Danzi Sergio
raffaele_favatà Favatà Raffaele
granato_francesco Granato Francesco
livellini_ivana Livellini Ivana
lonardi_francesco Lonardi Francesco
marchesini_giorgio Marchesini Giorgio
martinelli_marco Martinelli Marco
mettifogo_gianfranco  Mettifogo Gianfranco
volontari_fortesanbriccio Montanari Gianni
rolando_negrini Negrini Rolando
volontari_fortesanbriccio Pisaniello Gianluigi
ruffini_lorenzo Ruffini Lorenzo
sandrini_paolo Sandrini Paolo
sartori_dario Sartori Dario
sponda_alessandra Sponda Alessandra
sponda_sergio Sponda Sergio
taioli_nedda Taioli Nedda
turata_giuliano Turata Giuliano
volontario-VL Vesentini Luigi
volontari_fortesanbriccio Dai Pre Silvano
zenari_alberto Zenari Alberto
zenari_luca Zenari Luca
zenari_michele Zenari Michele

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di Raffaele Favatà.

Si rinnova il nostro invito agli esperti del G.I.R.C.
e Lipu di Padova, per i chirotteri (Pipistrelli) del Forte.

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Domenica 01-02-2015, presso il Forte di San Briccio, ci sarà la visita degli esperti del G.I.R.C. (Gruppo Italiano Ricerca Chirotteri) e Lipu di Padoova. La visita dei due biologi Carlotta Fassina e Giulio Piras sarà rivolta al censimento della colonia di chirotteri presente nel Forte, censimento che sarà completato con tutti i rilevamenti ambientali necessari per conoscere meglio le loro abitudini, come temperatura, umidità, specie presenti con la strumentazione appropriata e, locali da loro scelti per lo svernamento. Per questo scopo, è stata redatta una mappa di tutti i locali del Forte, riportando sulla stessa mappa tutta la numerazione esistente in origine dei locali del Forte, così si potrà contrassegnare quei locali da loro scelti, abbinando a ciascuno, data, temperatura, umidità e, relative specie presenti. Il rilevamento dei dati è iniziato all’inizio dell’estate scorsa, pertanto tutti i futuri censimenti andranno ad arricchire la nostra conoscenza della importante colonia di chirotteri presente a Forte San Briccio, presenza di importanza “Regionale, Nazionale ed Europea”. I due biologi saranno accompagnati nel rilevamento dati dai nostri due responsabili, incaricati a seguire costantemente la colonia e la piccola isola naturalistica del Forte, la biologa
dott.sa Elena Moscardo e dal sig. Raffaele Favatà.

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Foto di Giulio Piras.

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